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Edvard Munch

Edvard Munch; Løten, 12 dicembre 1863 – Oslo, 23 gennaio 1944) è stato un pittore norvegese.

Edvard Munch nacque a Løten, in Norvegia, il 12 dicembre 1863 da Laura Catherine Bjølstad e Christian Munch. Edvard era il secondo di cinque figli: Johanne Sophie, la sorella maggiore con la quale instaurerà un rapporto di grandissimo affetto, Peter Andreas, Laura Catherine, e Inger Marie.

La famiglia si trasferì a Christiania (l’odierna Oslo) nel 1864, quando Christian Munch venne impiegato come medico presso la fortezza di Akershus. Sin dalla fanciullezza, Edvard fu provato da una serie interminabile di disgrazie familiari: la madre morì di tubercolosi nel 1868, seguita da Johanne Sophie nel 1877, che spirò stroncata dalla stessa malattia. A curarsi del giovane Munch, dopo la morte della madre, vi erano il padre e la zia Karen; fu in questo periodo che il giovinetto iniziò ad interessarsi all’arte, disegnando per tenersi occupato nei momenti di stasi. Nel frattempo Christian Munch, per sopperire alle varie assenze fatte dal figlio a scuola per motivi di salute, avviò la sua formazione in ambito storico-letterario, introducendolo anche alla dimensione horror-psicologica dello scrittore americano Edgar Allan Poe.

Edvard, però, non fu l’unico a rimanere afflitto dai due gravi lutti: anche il padre Christian iniziò a diventare più malinconico, cadendo vittima di un pietismo morboso e di una sindrome maniaco-depressiva. Lo spirito di Edvard non giovò di quest’ambiente; i vari incubi e le numerose malattie, così come il comportamento quasi psiconevrotico del padre, lo segnarono profondamente, inculcandogli quella visione macabra del mondo che lo renderà poi celebre. Quest’interpretazione della realtà fu stimolata anche dalla pazzia di Laura, che iniziò ad essere affetta da crisi psichiche, e dal trapasso del fratello Andreas, che morì immediatamente dopo il suo matrimonio. Munch avrebbe poi scritto: «ho ereditato due dei più spaventosi nemici dell’umanità: il patrimonio del consumo e la follia».

La paga percepita dal padre era molto bassa e, pur essendo sufficiente per i bisogni primari, mantenne la famiglia in uno stato di perenne povertà. Le primissime esperienze artistiche di Munch riprendono i disagi economici che affliggevano la famiglia, raffigurando gli interni di quegli appartamenti degradati dove erano costretti a vivere.

Nel 1879, Munch iniziò a frequentare un istituto tecnico per studiare ingegneria, disciplina in cui eccelleva, ottenendo risultati ottimi in fisica, chimica e matematica. Fu qui che il giovane Edvard familiarizzò con il disegno di prospettiva; ciononostante, il ragazzo poco apprezzava l’ambiente scolastico. Infatti, il padre Christian vide ben presto con suo grande disappunto, che quel suo figliolo non si trovava a suo agio dietro i banchi del collegio, e di come preferisse dedicarsi agli studi artistici. Pertanto, dopo aver cercato di distoglierlo da questi interessi del tutto estranei all’ingegneria, lo autorizzò ad iscriversi alla Scuola di Disegno di Oslo, dove rimase per un anno, prima di trasferirsi alla Scuola d’Arte e Mestieri nel 1881. Qui Munch seguì le lezioni dello scultore Julius Middelthun e dell’artista Christian Krohg.[5]Sotto questi influssi, Edvard realizzò le sue primissime opere d’arte, fra cui un ritratto del padre, un autoritratto e una raffigurazione del bohémien Karl Jensen-Hjell; quest’ultima opera fu poco gradita dalla critica, che fu sprezzante nel definirla «l’impressionismo portato all’estremo: è una parodia dell’arte».A questi anni risalgono anche vari nudi, che però oggi sopravvivono solo nei bozzetti; con tutta probabilità, sono stati sequestrati dal padre, che considerava l’arte «un empio commercio».Durante la permanenza alla Scuola d’Arte e Mestieri, Munch fuse varie influenze, fra cui quelle esercitate dal Naturalismo e dall’Impressionismo; non a caso, molte delle sue prime opere ricordano molto da vicino quelle di Manet.

In questo periodo Munch entrò in contatto anche con i circoli bohémien della città, presieduti dall’amico Hans Jæger, scrittore dallo spirito anticonformista ed anarchico che esortava i discepoli con l’imperativo «Scrivi la tua vita!». Munch prese questa massima alla lettera: trasse proprio da questa cerchia di intellettuali ribelli (che l’artista sovente raffigurò in varie opere, come il succitato ritratto a Karl Jensen-Hjell) lo spirito autobiografico che avrebbe poi permeato la sua attività artistica, mezzo con il quale riscrisse la propria vita.

Prendendo spunto dalla dottrina di Jæger, il giovane artista intraprese un percorso di riflessione e crescita personale, con il supporto di un «diario dell’anima» dove scriveva i suoi pensieri. Questo si rivelò un periodo di svolta per la produzione artistica di Munch, che già con La fanciulla malata, dove viene risvegliato il ricordo della malattia della sorella Sofie, iniziò a dipingere le prime «tele dell’anima», un decisivo punto di rottura con l’Impressionismo. L’opera, accolta impietosamente sia dalla critica che dalla famiglia, fu la causa di un altro «violento scoppio di indignazione morale» nella società.

sulla spaiggia (1889) è l’opera con cui Munch inizia a definire la propria identità artistica

L’unico a difenderlo fu l’amico Christian Krohg, che scrisse un memorabile articolo volto a prendere le parti il suo ex allievo:

« Dipinge le cose, o piuttosto, le vede, in maniera diversa da altri artisti. Vede solo l’essenziale, che naturalmente è solo quello che dipinge. Proprio per questo motivo, le immagini di Munch sono in genere «incomplete», come le persone hanno già avuto modo di constatare da soli. Oh, sì che sono complete invece! […] Un’opera d’arte è completa solo quando l’artista riesce ad esprimere tutto quello che aveva in mente: è proprio questo che colloca Munch all’avanguardia rispetto alla sua generazione … riesce veramente a mostrare i suoi sentimenti, le sue ossessioni, e a questo subordina tutto il resto. »

Nel frattempo, Munch continuava a ricercare la propria identità artistica: il suo idioma recava sia impronte naturalistiche, ben visibili nel Ritratto di Hans Jæger, che impressioniste, come in Rue Lafayette. Soprattutto nella tela Inger sulla spiaggia (1889), dove è ritratta la sorella Inger (immagine di vitalità per eccellenza) da sola nella spiaggia diÅsgårdstrand, Munch iniziò a costruire il proprio stile: dietro una composizione apparentemente realistica, infatti, l’artista vi cela la raffigurazione di un determinato stato d’animo. Munch, insomma, preferiva l’immaginazione piuttosto che la raffigurazione, con un’ideologia simbolista che rese insignificante il patetico inseguimento della realtà.

Munch ebbe l’opportunità di mostrare il suo operato al grande pubblico nel 1889, in una grande mostra: per le sue capacità tecniche, tutt’altro che comuni, vinse una borsa di studio a Parigi, per studiare arte sotto la guida di Léon Bonnat.

L’urlo

 «Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura»: queste furono le circostanze che portarono Munch a dipingere L’urlo, uno dei quadri più celebri dell’arte mondiale ed ineguagliabile emblema dell’angoscia dell’uomo.

Il messaggio che Munch ci ha voluto dare emerge già nel nome della tela: L’urlo, titolo felicissimo, che dà in nuce lo spirito dell’artista. Il protagonista della scena è, infatti, proprio l’uomo urlante, nel quale Munch infonde tutto il suo crudo stile pittorico. Il suo grido, lancinante ed unico nel trasferire angoscia allo spettatore, sembra con la sua sonorità deformare l’innaturale paesaggio, composto da un cielo striato da venature color rosso sangue e da un mare nero ed oleoso.

Oltre al personaggio al centro, che più che un uomo fa pensare ad uno spirito (al posto del corpo, infatti, ha un’ombra sinuosa, nera e molle) vi sono le sagome di due uomini sullo sfondo, che sembrano ignorare completamente quel lancinante grido di disperazione: anche la loro collocazione, posta ai margini della tela, suggerisce questa loro sordità ed impassibilità di fronte all’angoscia del pittore, che così ha deciso di tradurre in immagini la falsità dei rapporti umani.

L’urlo di quest’opera, insomma, è un’esplosione di energia psichica di inaudita potenza, che rende la tela una metafora della morte che spazza via, travolge, il senso della vita: proprio come fa questo grido sordo, un effimero modo di guardare dentro di sé, ritrovandovi solo sofferenza.

Opere significative

  • 1892: Sera sul viale Karl Johan
  • 1893: L’urlo
  • 1894–1895: Madonna
  • 1895: La pubertà
  • 1895: Autoritratto con sigaretta
  • 1895: La morte nella stanza della malata
  • 1899–1900: La danza della vita
  • 1899–1900: La madre morta e la bambina
  • 1903: Chiaro di luna
  • 1940–1942: Tra il letto e l’orologio

Fonte Wikipedia

 

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