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Piero della Francesca

Piero di Benedetto de’ Franceschi, noto comunemente come Piero della Francesca (Borgo Sansepolcro, 1416/1417 circa – Borgo Sansepolcro, 12 ottobre 1492), è stato un pittore e matematico italiano.

Tra le personalità più emblematiche del Rinascimento italiano, fu un esponente della seconda generazione di pittori-umanisti.

Le sue opere sono mirabilmente sospese tra arte, geometria e complesso sistema di lettura a più livelli, dove confluiscono complesse questioni teologiche, filosofiche e d’attualità. Riuscì ad armonizzare, nella vita quanto nelle opere, i valori intellettuali e spirituali del suo tempo, condensando molteplici influssi e mediando tra tradizione e modernità, tra religiosità e nuove affermazioni dell’Umanesimo, tra razionalità ed estetica.

La sua opera fece da cerniera tra la prospettiva geometrica brunelleschiana, la plasticità di Masaccio, la luce altissima che schiarisce le ombre e intride i colori di Beato Angelico e Domenico Veneziano, la descrizione precisa e attenta alla realtà dei fiamminghi. Altre caratteristiche fondamentali della sua espressione poetica sono la semplificazione geometrica sia delle composizioni che dei volumi, l’immobilità cerimoniale dei gesti, l’attenzione alla verità umana.[2]

La sua attività può senz’altro essere caratterizzata come un processo che va dalla pratica pittorica, alla matematica e alla speculazione matematica astratta. La sua produzione artistica, caratterizzata dall’estremo rigore della ricerca prospettica, dalla plastica monumentalità delle figure, dall’uso in funzione espressiva della luce, influenzò nel profondo la pittura rinascimentale dell’Italia settentrionale e, in particolare, le scuole ferrarese e veneta.

Piero nacque da Benedetto de’ Franceschi, ricco uomo di commercio di tessuti, e da Romana di Perino da Monterchi, nobildonna di famiglia umbra, a Sansepolcro (che allora si chiamava “Borgo San Sepolcro”) in un anno imprecisato tra il 1406 e il 1416. La data di nascita esatta è sconosciuta, poiché un incendio negli archivi comunali di Sansepolcro distrusse gli atti di nascita dell’antica anagrafe. Un primo documento che nomina Piero è come testimone alla stesura di testamento datato 8 ottobre 1436, dal quale si ricava che l’artista doveva già avere almeno l’età prescritta di vent’anni per un documento ufficiale. Secondo Giorgio Vasari nelle Vite, Piero, che morì nel 1492, aveva 86 anni al momento della morte, che porterebbe la sua nascita al 1406 ma la notizia è inattendibile, perché i suoi genitori si sposarono solo nel 1413. Il Vasari spiega che, essendo suo padre morto prima che lui nascesse, egli fu conosciuto col matronimico invece del patronimico (sua madre era conosciuta come “la Francesca” in quanto maritata nei Franceschi, così come Lisa Gherardini del Giocondo veniva chiamata “la Gioconda”).

Oltre all’attività artistica fu anche autore di trattati matematici e di geometria prospettica: un manuale di calcolo intitolato Trattato d’abaco, il De prospectiva pingendi e il De quinque corporibus regularibus. Nel 2005, inoltre, è stato individuato da James Banker, nella biblioteca Riccardiana di Firenze (ms 106), un suo autografo contenente copia della traduzione di gran parte del corpus archimedeo eseguita nella prima metà del 400 da Iacopo da San Cassiano. Il testo corredato di figure geometriche, appositamente redatte per l’occasione, testimonia il suo percorso di studio e il suo interesse per la matematica e la geometria greca.

In queste tre opere matematiche è presente una sintesi tra geometria euclidea, appartenente alla scuola dei dotti, e matematicaabachistica, riservata ai tecnici.

La prima opera è stata il Trattato d’abaco, sulla matematica applicata, fu scritto forse già nel 1450, trent’anni prima del De prospectiva pingendi. Il titolo fu aggiunto solo in epoca moderna in quanto assente nell’originale. La parte geometrica e quella algebrica sono risultate molto vaste rispetto alle consuetudini del suo tempo, così come la parte sperimentale in cui l’autore ha esplorato elementi non convenzionali.

Nel secondo trattato De prospectiva pingendi ha proseguito la sua linea di studio teorico codificando, per primo, le regole della moderna scienza prospettica, apportando notevoli novità al punto da poterlo definire uno dei padri della nuova scienza e del moderno disegno tecnico. Tra i problemi affrontati emergono il computo del volume della volta e l’elaborazione architettonica della costruzione delle cupole.

Nel terzo trattato Libellus de quinque corporibus regularibus, un trattato dedicato alla geometria, che ha ripreso temi antichi di tradizioneplatonico-pitagorica, si è ispirato alla lezione euclidea per l’ordine logico delle espressioni, per i riferimenti e per l’uso coordinato e complesso dei teoremi, mentre è stato vicino alle esigenze dei tecnici nella determinazione delle figure trattate, solide e poliedriche, e per l’assenza di dimostrazioni classiche e per l’uso di regole aritmetiche e algebriche applicate ai calcoli. Nel testo, in particolare, per la prima volta venivano disegnati i poliedri regolari e semiregolari, studiando le relazioni che intercorrono fra i cinque regolari.

 La critica si divide sulla presunta collaborazione di vari artisti alla sua bottega (fra gli altri Lorentino d’Arezzo, Luca Signorelli e il Perugino); per altro l’unico allievo documentato è Pietro di Galeotto da Perugia. Tra i suoi collaboratori merita una citazione Giovanni da Piamonte, con cui lavorò ad Arezzo nell’esecuzione degli affreschi a San Francesco; è di detto autore la tavola conservata presso la chiesa di Santa Maria delle Grazie di Città di Castello, in cui sono sicuramente presenti influenze pierfrancescane.


Fonte Wikipedia

 

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