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Pinturicchio

320px-Pinturicchio_selfBernardino di Betto Betti, più noto come Pinturicchio o Pintoricchio (Perugia, 1452 circa – Siena, 11 dicembre 1513), è stato un pittore italiano.

Il soprannome di Pinturicchio (“piccolo pintor“, cioè “pittore”) derivava dalla sua corporatura minuta: egli stesso fece proprio quel soprannome usandolo per firmare alcune opere.

Fu un artista completo, capace di padroneggiare sia l’arte della pittura su tavola, che l’affresco e la miniatura, lavorando per alcune delle più importanti personalità del suo tempo. Fu uno dei grandi maestri della scuola umbra del secondo Quattrocento, con Pietro Perugino e il giovane Raffaello.

Giorgio Vasari descrisse la sua biografia in Le Vite del 1568 (Bernardino Pinturicchio) citando nella parte finale anche Nicolò Alunno di Foligno.

Nacque verso il 1452 a Perugia, da Benedetto detto Betto, figlio a sua volta di Biagio detto Betti. Nella sua città si iscrisse, quasi trentenne, all’Arte dei Pittori nel 1481. Generalmente rifiutata dalla critica è la menzione vasariana di un alunnato presso Perugino, anche per la poca differenza dei due in termini di età, solo quattro anni. Può darsi invece che i due lavorassero in un rapporto di associazione con anche altri collaboratori, tra cui il pittore più anziano, Perugino, assumeva anche il ruolo di capofila. Vasari riporta un accordo economico tra i due, che risulta infatti appropriato tra soci d’impresa o di bottega.800px-Perugino,_Viaggio_di_Mosè_in_Egitto_04

Il maestro di Pinturicchio va quindi ricercato tra i pittori umbri della generazione precedente, come Fiorenzo di Lorenzo o Bartolomeo Caporali, con influenze esterne di pittori attivi in Umbria quali Beato Angelico, Benozzo Gozzoli, Filippo Lippi, fra’ Diamante. Inoltre da Perugino di ritorno da Firenze poté aggiornarsi sulle novità della bottega del Verrocchio, mentre dalle miniature poté conoscere l’attività dei fiorentini Attavante, Gherardo e Monte di Giovanni. Importante fu infine l’influenza della pittura adriatica, in particolare di Piero della Francesca attivo a Urbino, con la sua spazialità monumentale, dominata dalla prospettiva e da un solenne impianto compositivo.

Gli affreschi con Storie di san Bernardino nella Cappella Bufalini della chiesa romana Pinturicchio,_san_bernardino_richiama_alla_vita_un_uomo_morto_trovato_sotto_un_alberodell’Aracoeli sono la prima grande prova dell’arte di Pinturicchio. Vengono in genere datati al 1484-1486 e appartengono a quel periodo in cui la carenza di grandi maestri sulla piazza romana favorì l’ascesa di nuovi talenti. Inoltre la comune provenienza umbra sia del committente, Niccolò di Manno (Riccomanno) Bufalini da Città di Castello che a Roma ricopriva la carica di avvocato concistoriale, che dell’artefice fu probabilmente alla base di un già esistente rapporto di fiducia, come dimostra anche una Madonna dipinta per i Bufalini nella Pinacoteca comunale di Città di Castello (1480 circa). Gli affreschi si dispiegano sulle tre pareti e sulla volta e sono dedicati alla vita e ai miracoli di San Bernardino da Siena, un santo che in quel periodo era oggetto di una vasta opera di promozione devozionale intrapresa dall’ordine Francescano.

Gli schemi usati riecheggiano quelli degli affreschi di Perugino nella Sistina, ma se ne distaccano per una maggiore vivacità e varietas rispetto alla simmetria e alla composta solennità dello stile peruginesco. Ad esempio nei Funerali di san Bernardino l’edificio che domina lo sfondo al termine della fuga prospettica della pavimentazione a scacchiera cita la Consegna delle chiavi, ma i due edifici asimmetrici ad altezze differenti sui lati arricchiscono e variano lo scenario. In primo piano si svolgono i funerali del santo, disteso su un catafalco che, essendo disposto in tralice, aumenta il senso di profondità spaziale e fa meglio interagire i personaggi con lo spazio circostante. In quest’opera sono chiare le molteplici influenze della pittura di Perugino in questa fase: la razionalità prospettica di marca urbinate-perugina, la varietà di tipi e pose nelle folle, ispirata ai fiorentini come Benozzo Gozzoli o Ghirlandaio, la caratterizzazione pungente dei poveri pellegrini e mendicanti, derivata dall’esempio dei fiamminghi.

Vasari, poco clemente nella sua biografia di Pinturicchio, si congedò riportando un’ultima diceria sul suo carattere avido e bizzarro, secondo la quale, alloggiato presso i frati di San Francesco a Siena, chiese con insistenza di togliere dalla sua cella un cassone vecchio e ingombrante, che si ruppe nel trasloco rivelando un tesoro di cinquecento ducati d’oro, che spettò dunque ai frati riempiendo il pittore di un tale stizzoso rammarico da condurlo alla morte. L’aneddoto non è fondato, ma è una testimonianza dell’amarezza degli ultimi anni della sua vita: ricco ma in solitudine, abbandonato dalla moglie fedifraga, che lo tradiva notoriamente con Girolamo di Polo detto Paffa, e dimenticato dai cinque figli.Pinturicchio._Death_of_St._Bernardine

Il 7 maggio 1513, debilitato dalla malattia, dettò testamento, modificandolo nell’ottobre in favore della moglie. Ella, che aveva dato in sposa la figlia Clelia al suo amante, permetteva solo ad alcune vicine di avvicinarsi al marito sofferente, come ricorda il suo biografo Sigismondo Tizio, rettore della parrocchia dei Santi Vincenzo e Anastasio in cui Pinturicchio abitava. In quella chiesa fu sepolto senza onori e memorie, mentre un’iscrizione che lo ricorda risale solo al 1830.


Fonte Wikipedia

 

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