BLACK SABBATH Black Sabbath

Tony Iommi – chitarre elettriche ed acustiche, effetti. Ozzie Osbourne – voce principale, armonica.

Bill Ward – batteria, percussioni. Geezer Butler – basso.

Verso la fine del 1969 gli Earth di Birmingham cambiano nome in Black Sabbath. Con pochissima pubblicita’ alle spalle e tanto tam-tam voce-voce, i quattro si fanno una reputazione di gruppo dai suoni oscuri e potenti. L’ alone di credenze mistiche e connubi con il mondo occulto … fanno il resto. I Black Sabbath piacciono parecchio alle nuove generazioni affamate di rock duro ed i quattro incidono questo loro primo disco. Insomma un nuovo gruppo apparve nel 1970 in quell’ Inghilterra pronta a fagocitare tutto quanto l’ hard rock stesse proponendo : Led Zeppelin, Cream, Jeff Beck Group in testa.

Le danze si aprono sotto una cappa di pioggia e di tuoni, con lugubri campane che non lasciano spazio ad alcun dubbio : quindi un riff solido apre ufficialmente “Black Sabbath”, che subito si quieta preparando la scena alla voce tagliente e potente di Ozzie Osbourne. Il pathos e’ denso, nel quale si fanno luce le belle capacita’ percussive di Ward e la corposita’ avvolgente del basso di Butler. La coda del pezzo e’ sicuramente degna di nota, una accelerata elettrica sulla quale un assolo primario di Iommi pone la sua firma. Grande.

“The Wizard” introduce qualche gustoso elemento; sulla ritmica quasi jazz si infila un’ armonica suonata da Ozzie Osbourne, col risultato di una strana atmosfera mossa.

“Behind the Wall of Sleep”, ha un’ introduzione saltellante con un eccitante antagonismo basso-chitarra fino all’ esecuzione stessa di Ozzie Osbourne : ne esce una piccola grande canzone, un saggio di perizia strumentale e l’ essenzialita’ di un arrangiamento ottimo.

“N. I. B.” si appoggia completamente sul riff di Iommi, con una melodia un po’ scontata che trova l’ assoluzione in un chorus diabolicamente mellifluo, con un tamburello sul canale sinistro ed un assolo conclusivo molto bello : una colata lancinante di metallo.

“Evil Woman”, e’ una cover : il pezzo e’ godibile ma non eccelso, con una ritmica prevedibile che neppure il gran lavoro di Butler al basso riesce a riscattare, e con Iommi e Osbourne che la risollevano di un po’.

“Sleeping Village” suona come un interludio strumentale con il quasi recitato dell’ introduzione e col sottofondo di un cupissimo arpeggio con tanto di scacciapensieri.

In “Warning” Butler conduce la cover inizialmente con un gran giro di basso mentre Tony Iommi disegna le sue visioni elettriche. Ozzie Osbourne e’ bravo e gigione in un’ interpretazione davvero appropriata, anche se per tre quarti si tratta di un pezzo strumentale molto rock. Bill Ward sa quando e’ il momento di tirare il freno, farsi soffice ed anche sparire … e tornare …, lasciando il palco a quel mattatore invasato di Iommi che occupa troppi spazi solistici in questo brano.

Insomma, “Black Sabbath” e’ un disco-tra-i-progenitori dell’ hard e dell’ heavy ? Beh, Si. Musicalmente presenta molta attenzione ai timbri ed al corpo del suono, ed ha capacita’ di governare anche le pause e ­ in un certo senso ­ di far suonare anche il silenzio, cosa non facile, se ci si pensa… Gia’ nell’ hard-rock successivo non si trovano quasi piu’ questo modo di fare heavy-rock. Un bel disco : un interessante miscuglio di hard-rock e di heavy metal, ma… anche una spolverata di psichedelia ed una strizzatina d’ occhio al nostalgico blues elettrico. In quegli anni, fine ’60, primissimi ’70 il rock duro aveva ancora radici distinguibili !

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